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Una breve
panoramica sulle rappresentazioni che, negli ultimi anni, il cinema ha
messo in scena sulle droghe vecchie e nuove. Ecstasy
generation (tit. orig.: Nowhere) "La versione in acido di Beverly Hills 90210", come è stato definito questo film, rappresenta insieme a F****d Up e The Doom Generation, il terzo capitolo arakiano di una trilogia molto cool (perché estrema, esplicita, surreale e caricaturalmente violenta) sulla dimensione di perversione riflessa (dal mondo adulto) dell'adolescenza americana. In Nowhere c'é un diciottenne che, cercando una forma sincera di amore, gironzola per Los Angeles con una videocamera registrando ciò che capita. In questa sua ricerca ripercorre i suoi luoghi del tempo (sempre) libero, incontrando pusher, tossicodipententi, punk, motociclisti con strane attitudini sessuali, e, addirittura, un marziano. Nelle strane strade di L.A., con gli adulti che, nella migliore delle ipotesi, stanno in casa a guardare programmi di telepredicatori, "calare" non è più un modo per evadere e sentirsi diversi, ma è forse l'unica arma per sopravvivere. E' infatti la sopravvivenza l'ultimo obiettivo abbassato da raggiungere nella città telerepressa in cui si avverte in ogni angolo la presenza della fine. Così recita infatti ad un certo punto il protagonista Dark: "Ho solo diciott'anni e vedrò la fine di tutto". Trainspotting
(Trainspotting) Un film che è una scelta: la tossicodipendenza disperata o la vita borghese che difende il bene accumulato? Quale alternativa al mondo finto delle relazioni sociali basate sullo scambio e il guadagno del denaro? Toccare il fondo con la vita di strada, la ricerca della dose, la morte per Aids o accettare i compromessi che pesano sulla vita patinata dell'oggi? Inquietanti interrogativi che scaturiscono dalla visione di Trainspotting, film il cui lieto fine lascia un po' di amaro in bocca. Sequenze pesanti di disperazione tossica, assunzioni di sostanze nei modi più disparati e soprattutto la consapevolezza di trasformazioni sociali ed economiche che avvengono di fronte agli occhi, ma su cui sembra impossibile intervenire. Trasformazioni che impongono l'adattamento, unica alternativa all'annullamento. "Tutto cambia, anche le droghe cambiano" recita il protagonista nella caratteristica voce-off che guida la visione di tutto il film, mentre scorrono le immagini di un passaggio di acidi da bocca a bocca in una discoteca. Anche le nuove droghe impongono i propri principi di esclusione/inclusione, come la rete sociale da cui sono prodotte. Cambiano i modi e le culture dello "sballo" e cambia quindi anche la rappresentazione del fenomeno. The Acid
House (tit.orig.: The Acid House) I tre episodi
di quotidiano degrado, che si articolano nel secondo film tratto dai libri
dello scrittore scozzese Irvine Welsh (autore di Trainspotting),
sono ambientati nelle periferie di Glasgow ed Edimburgo, luoghi in cui
l'esclusione dai processi produttivi diventa sfondo per un'alienazione
dalla vita stessa. I personaggi del film infatti sembrano tutti essere
stati spinti fuori a forza dalla normalità a causa della violenza
che li circonda e che, a volte, si scelgono. Nel primo episodio è
addirittura Dio in persona che trasforma con disprezzo Boab, il protagonista
perdente della storia, in mosca, permettendogli così di contaminare
il cibo delle persone che lo avevano rifiutato (i suoi genitori, la sua
ex fidanzata, il suo datore di lavoro), vendicandosi di loro. Nel secondo,
Johnny, anche lui eterno perdente, è spinto fuori di casa dalla
moglie e dall'amante e subisce le loro angherie, mentre nel terzo un hooligan,
dopo aver assunto dell'acido, colpito da un fulmine durante il trip,
viene sottoposto misteriosamnte per qualche settimana a uno scambio di
personalità con un neonato che transitava nel parco, trascinato
dalla madre, nello stesso momento. Paura
e Delirio a Las Vegas (tit. orig.: Fear and Loathing in Las Vegas) "Las Vegas era ed è uno specchio incredibile di ciò che l'America vuole. E' una città allucinogena, è stata proprio costruita per essere allucinogena. Forse il sogno americano stesso è un'allucinazione". Con queste parole il regista Terry Gilliam interpreta un luogo reale e simbolico allo stesso tempo che è diventato il centro di un immaginario intero delle vita americana. Città del gioco d'azzardo e della perdizione, è lo spazio dove è ambientato il film, tratto dal romanzo cult degli anni' 70 dello scrittore e giornalista Hunter S.Thompson. La definizione del regista giustifica così la presenza massiccia nella pellicola di ogni tipo di sostanze lisergiche, stupefacenti e allucinogene. La visione che i protagonisti producono continuamente è il risultato di una meticolosa quanto costante assunzione delle sostanze di cui la loro Chevrolet è imbottita, ma anche uno dei modi per entrare dirompendo nella finzione del sogno americano (che si ritrova in certi aspetti della odierna new economy: il desiderio di successo, la produzione di soldi come gioco, ecc.) per riuscire a stare "al gioco" delle assurdità che la metropoli contiene. Non a caso colori e immagini delle visioni psicoprodotte del giornalista Duke si confondono con le inquadrature delle hall kitsch degli alberghi di Las Vegas e delle strade ampie e inutili del divertimento artificiale. Una città simbolo che è anche un'esperienza delirante dell'immaginario e di un'intera cultura che ha il denaro come centro di attrazione (il gioco d'azzardo). Farsi di acidi o di soldi a questo punto diventa la stessa cosa e finisce per produrre le stesse visioni. Clockers
(Clockers) La realtà dello spaccio e della tossicodipendenza da crack prendono forma in modo crudo in questo film del regista nero americano Spike Lee, autore di opere difficili come Fà la cosa giusta. In un quartiere popolare di Brooklyn due fratelli crescono scegliendo strade diverse: Victor il lavoro onesto e Strike lo spaccio. Strike non si fa, ma il suo unico desiderio è quello di accumulare denaro. Viene adottato da uno spacciatore che lo spingerà a uccidere per lui. Il mondo forte della criminalità ha qui una sua visibilità nei suoi lati più spietati e crudeli. Rodney, il boss di Strike, arriva a ringraziare Dio per aver creato il crack perché fa subito effetto, produce immediata dipendenza e porta presto alla morte. Le immagini dello spaccio che scorrono sullo schermo appartengono ai più difficili scenari urbani e infatti sembrano riprese dal vero. Persone ridotte all'ombra di sé stesse convivono con le madri che assistono impotenti dalle finestre alle atrocità di un consumo che si svolge nella piazza sotto casa. Rappresentazioni veloci, sequenze a raffica di richieste di dosi e assunzioni in progressivo e inesorabile deperimento fisico. Una sostanza a tempo che non dà prospettiva, frutto di una quotidianità senza più sogni e visioni, ma solo fuga (il crack) o fatica (il lavoro di Victor onesto, ma poco redditizio). Radiofreccia Una visione sugli anni '70 che propone stili e "tradizioni" giovanili che proprio in quegli anni si affermano. Tra queste spicca l'eroina e il suo mondo, fatto di ricerca e disperazione, fuga e morte. L'ambiente del film rappresenta un luogo di provincia che diventa simbolicamente condizione mentale in cui le apparizioni di animali esotici (come il rinoceronte nel giardino, o il pesce gatto nello stagno) indicano il materializzarsi della volontà e del desiderio di rompere i confini del linguaggio, dei rapporti e dell'isolamento. Tale rottura è ricercata in molti modi dai protagonisti, segnati quasi tutti da tragiche vicende personali. In tutto questo la via della dipendenza si insinua tra i risvolti della vita allegra dei giochi notturni e assume a volte le sembianze dell'amore, come sembra rappresentare la sequenza del primo "buco". Ma altre direzioni e prospettive che gli amici di Freccia intraprendono non appaiono migliori: né la radio libera, né il lavoro o la famiglia impediscono "l'uscita dal borgo". |
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