Vittime di reato

Aggiornata a ottobre 2018 a cura di Anna Maria Licastro e Paola Moriondo

I materiali, elencati in ordine decrescente per anno di pubblicazione, sono disponibili presso la Biblioteca del Gruppo Abele, negli orari e nelle modalità previste dal regolamento della Biblioteca. Si consiglia di consultare anche le bibliografie specifiche su violenza di genere, minoribullismo e mafie. L’elenco proposto non esaurisce quanto posseduto in biblioteca sul tema in oggetto. Ulteriori ricerche sono possibili sul nostro catalogo bibliografico.

I percorsi tematici proposti sono i seguenti:

Studi e ricerche sulle vittime di reato

downloadLorenzo Fanoli, Francesca Sola, Vittimizzazione e percezione della sicurezza in Umbria, in Studi sulla questione criminale, n. 1 (2018), pp. 61-88
Gli autori, ricercatori nel campo rispettivamente delle scienze sociali e giuridiche, riassumono i risultati di una ricerca sulle percezioni e il senso di sicurezza dei cittadini in relazione alla diffusione dei comportamenti illegali nei territori dove vivono. Tramite un approccio qualitativo, ricostruiscono i processi attraverso i quali i reati e i comportamenti illegali vengono percepiti, riconosciuti e denunciati, e illustrano i fenomeni e le tipologie di illegalità che, non denunciate, costituiscono il cosiddetto “numero oscuro” dei reati. In particolare, mettono in luce le dimensioni e le caratteristiche di comportamenti criminali non sempre percepiti nel loro effettivo grado di pericolosità sociale, come violenza sulle donne, lavoro nero, usura, estorsioni, tratta.

Antonino Di Maio, Donato La Muscatella, Il fenomeno del cyberstalking dopo la Novella Legislativa n. 119 del 2013: recenti questioni socio-criminologiche ed attuali contrasti dogmatici, in Rassegna Italiana di Criminologia, n. 1 (2018), pp. 43-58
Il contributo analizza il fenomeno del cyberstalking, che si esplica nella realizzazione di una serie di molestie reiterate attraverso l’impiego di Internet o di altri dispositivi simili, con conseguente influenza negativa sulla sfera psichica della vittima. Infatti, l’uso delle nuove tecnologie scientifiche, la velocità di accesso alle informazioni e la possibilità di creare nuove dinamiche relazionali, ha determinato una più agevole intromissione nella vita privata dell’altrui individuo, che molto spesso degenera nella sistematica aggressione del bene giuridico della libertà morale. Il Parlamento Italiano, con legge n. 119 del 15 ottobre 2013, ha previsto l’estensione della circostanza aggravante speciale ad efficacia comune ex. art. 612 bis, comma secondo, c.p. alle ipotesi in cui le molestie assillanti siano compiute mediante strumenti telematici e/o informatici. Tuttavia, tale riforma legislativa è stata elaborata con lo scopo di tranquillizzare la collettività, secondo un’impostazione fondata sulla legislazione simbolica e non sulla corretta osservanza del principio di tassatività dell’illecito penale.

Zuzana Podaná, Violent victimization of youth from a cross-national perspective: an analysis inspired by routine activity theory, in International Review of Victimology, n. 3 (set. 2017) – on line, vol. 23, pp. 325–340
L’articolo analizza le variazioni transnazionali nella vittimizzazione giovanile violenta utilizzando i dati dell’indagine ISRD-2 (International Self-Report Delinquency Study) che coinvolge 30 paesi. Viene applicato un approccio a più livelli che tiene conto di fattori individuali delle vittime, di caratteristiche del quartiere dove esse vivono e del contesto del paese in questione. In particolare vengono analizzati gli effetti delle percentuali di omicidio, del coefficiente di Gini e dell’Indice di Sviluppo Umano per i vari paesi. I risultati rivelano che la variazione dei tassi di vittimizzazione violenta tra i paesi è attribuibile solo parzialmente all’eterogeneità dei paesi stessi riguardo alle caratteristiche individuali e alle scelte di stile di vita dei giovani, unitamente alle caratteristiche del quartiere dove vivono. Inoltre, si osserva un effetto significativo per l’Indice di Sviluppo Umano di un paese, dove livelli superiori di sviluppo sono correlati a minore rischio di vittimizzazione, anche quando si tiene conto delle caratteristiche individuali e del quartiere.

52Anna Coluccia, Fabio Ferretti, Lore Lorenzi, Immigrati, vittima plurale. Statistiche e pregiudizio, in Rassegna Italiana di Criminologia, n. 2 (2017), pp. 145-155
Il lavoro si propone di accostarsi allo straniero oltre l’immagine stereotipata che sovente soprattutto i mass media offrono all’opinione pubblica: «estraneo» alla comunità e minaccia da cui difendersi. Attraverso la lettura del dato statistico ufficiale emerge un profilo sostanzialmente diverso: quello di uno straniero prevalentemente non autore bensì vittima di alcuni tra i reati più socialmente allarmanti. L’analisi consente di mettere a fuoco un momento significativo nella lunga sequenza di vittimizzazione che conduce il migrante dalle terre di provenienza a quelle di destinazione.

Carolina Villacampa, Jesus Gomez, Online child sexual grooming: empirical findings on victimisation and perspectives on legal requirements, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2017) – on line, pp. 105-121
L’articolo presenta i risultati di una ricerca quantitativa sull’adescamento online di adolescenti effettuata su un campione di 489 studenti tra i 14 e i 18 anni delle scuole secondarie della Catalogna (Spagna). Oltre a stabilire il tasso di vittimizzazione dei ragazzi per mezzo di questo comportamento, la ricerca identifica il profilo delle vittime e dei colpevoli; inoltre, analizza la dinamica di questi processi, l’interazione vittima-colpevole, il livello di effetto che questo comportamento ha sulle vittime e il modo in cui si è posto fine alla situazione. I risultati non confermano lo stereotipo comune dell’adescamento online di minori da parte di adulti sconosciuti.

Kathryn Benier, The harms of hate. Comparing the neighbouring practices and interactions of hate crime victims, non-hate crime victims and nonvictims, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2017) – on line, pp. 179-201
Lo studio indaga gli effetti della vittimizzazione sulla coesione sociale, per quanto riguarda reati ispirati dall’odio e dovuti a pregiudizi verso la razza, l’etnia, la religione o le origini della vittima. Viene indagato un campione di 4396 residenti in 148 sobborghi di Brisbane, Australia. La ricerca esamina se i residenti che segnalano reati ispirati dall’odio all’interno del proprio quartiere differiscono nella partecipazione alla vita della comunità, in confronto a vittime di reati non dettati dall’odio o a chi non è stato vittimizzato. I risultati dell’analisi PSM (propensity score matching) indicano che nei tre gruppi esistono differenze significative riguardo ai modelli di partecipazione al vicinato.

irva_24_3.coverMatthew Hall, Criminal redress in cases of environmental victimization: a defence, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2017) – on line, pp. 203-223
In anni recenti nella letteratura della giustizia ambientale è stata manifestata una crescente preoccupazione riguardo alla capacità dei meccanismi di giustizia penale di affrontare in modo adeguato i danni ambientali, specialmente quando sono perpetrati da grandi imprese. L’autore, docente di diritto penale in Inghilterra, esperto in vittimologia e reati ambientali, sostiene che il dibattito su come meglio rispondere al danno ambientale ha finora trascurato la posizione delle vittime, in particolare le loro esigenze di risarcimento e riparazione del danno. Il documento può fornire una difesa vittimologica del procedimento penale e delle relative sanzioni, nella loro applicazione in cause per danni ambientali.

Lacey Wallace, Beyond self-help: gun ownership and crime reporting in a cross-national survey, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2017) – on line, pp. 63-79
Molte vittime di crimini non sporgono denuncia alla polizia o ad altre autorità formali. Comprendere la natura del crimine, sia denunciato che non denunciato, è fondamentale per la corretta assegnazione dei finanziamenti e delle risorse della giustizia penale. L’articolo esamina il possesso di armi da fuoco come elemento predittivo della denuncia dei reati, attingendo alla teoria di auto-aiuto di Black come controllo sociale. I dati sono tratti dalle fasi del 2000 e 2004/2005 dell’International Crime Victimization Survey (Indagine Internazionale su Vittimizzazione e Criminalità svolta sugli adulti residenti in diversi paesi del mondo). Sono utilizzati modelli lineari gerarchici per valutare sia la variazione individuale che la variazione interculturale della probabilità di denuncia in relazione al possesso di armi.

Jenny Korkodeilou, ‘No place to hide’: stalking victimisation and its psycho-social effects, in International Review of Victimology, n. 1 (gen. 2017) – on line, vol. 23, pp. 17-32
L’articolo indaga gli effetti psico-sociali dello stalking tramite interviste approfondite a ventisei vittime auto-identificate, di cui 24 donne e 2 uomini, tra i 19 e i 58 anni. Lo studio ha riscontrato che lo stalking cambia la vita e ha effetti psico-sociali complessi, a lungo termine e spesso traumatici. Gli autori sottolineano la necessità di migliorare la comprensione criminologica dello stalking e i suoi danni psico-sociali nascosti, per far sì che le vittime e i loro casi siano trattati adeguatamente dal sistema di giustizia penale e dalla società.

DS_384_L204Philippe Robert, Renée Zauberman, Fadoua Jouwahri, Un actor méconnu: la victime entre sa victimation et la police, in Déviance et Société, n. 3 (2016), pp 273-304
Il presente lavoro studia i fattori che spingono la vittima di un reato a denunciare l’incidente alla polizia. Generalmente la denuncia è un fatto molto raro. È comunque il modo più comune con il quale le istituzioni di controllo del crimine sono informate riguardo a reati come furti e aggressioni. Partendo dai dati di vittimizzazione raccolti nell’Île de France, lo studio combina regressioni logistiche, percorsi e tipologie di analisi. Indaga la relazione tra la gravità del danno ricevuto e il ricorso alle forze dell’ordine. Inoltre, la gravità del danno, talvolta, dà spazio ad altre determinanti o nasconde altri meccanismi: esistono casi paradossali dove una maggiore gravità del danno porta ad un’assenza di denuncia. Infine, gli autori dimostrano che è il ricorso all’assicurazione che determina la regolarizzazione del contatto con la polizia in una formale denuncia.

Shelly Jackson, Thomas Hafemeister, Theory-based models enhancing the understanding of four types of elder mal treatment, in International Review of Victimology, n. 3 (set. 2016) – on line, vol. 22, pp. 289-320
L’articolo riguarda il tema del maltrattamento agli anziani e delle ragioni per cui è un problema diffuso che la società non riesce ad affrontare adeguatamente. Secondo gli autori, poca attenzione è stata data alla strutturazione di un fondamento teorico per spiegare il verificarsi di tale fenomeno, che possa a sua volta spiegare perché gli sforzi della società abbiano avuto poco successo. Sono qui presentati quattro modelli distinti di maltrattamento agli anziani, che riflettono le diverse eziologie, i fattori di rischio, le dinamiche interpersonali, i correlati e le conseguenze, e che a loro volta necessitano di risposte sociali distinte. Benché l’applicazione di questi modelli non sia stata ancora testata empiricamente, secondo gli autori la loro articolazione dovrebbe migliorare la comprensione del maltrattamento agli anziani, promuovere nuove linee per la relativa ricerca come pure le risposte della società.

Matt Hopkins, Business, victimisation and victimology: Reflections on contemporary patterns of commercial victimisation and the concept of businesses as ‘ideal victims’, in International Review of Victimology, n. 2 (2016) – on line, vol. 22, pp. 161-178
La recente pubblicazione del primo English/Welsh Commercial Victimisation Survey –  CVS (indagine su aziende ed esercizi commerciali vittime di reati in Inghilterra e Galles) dopo oltre 10 anni, rappresenta un buon momento per riflettere sul ruolo che i crimini nei confronti delle aziende e le aziende vittime hanno all’interno della disciplina della vittimologia. Usando la nozione di Christie di vittima ideale come dispositivo euristico, si indaga se le attività commerciali possano mai essere viste come vittime ‘ideali’ e perché può essere importante per loro acquisire la condizione di vittima. Infine, vengono considerate alcune aree proficue per la futura ricerca.

John Van Kesteren, Assessing the risk and prevalence of hate crime victimization in Western Europe, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2016) on line, vol. 22, pp. 139-160
Questo articolo presenta i risultati delle analisi multivariate e multilivello dei dati sulla vittimizzazione per crimini dettati dall’odio in 14 nazioni dell’Europa occidentale. Nonostante la composizione etnica delle comunità di immigrati mostri considerevoli variazioni, in tutte le nazioni gli immigrati sono esposti in modo sproporzionato a crimini dettati da odio. I maggiori fattori di rischio risultano essere la giovane età, la residenza in una grande città, un basso reddito e uno stile di vita fuori casa. Secondo l’autore, i risultati della ricerca suggeriscono che nell’Europa occidentale i crimini dettati dall’odio sono guidati da tensioni culturali fra abitanti tradizionali e immigrati (ipotesi di difesa della comunità), piuttosto che dalla tensione vissuta dai responsabili dei reati (ipotesi della minaccia economica). Viene discussa l’inaspettata scoperta che i livelli di istruzione delle regioni europee sono associati a livelli superiori di vittimizzazione.

9788854886780BCiro D’Auria, Quando la vittima è il criminale, Aracne, Roma, 2015, pp. 112
Il testo nasce da un’analisi attenta dei processi e delle dinamiche che riguardano la vittimologia e, riflettendo su quegli aspetti poco noti che possono giocare un ruolo attivo nelle “dinamiche criminose”, mette in discussione l’assioma che la vittima sia sempre innocente. L’autore, criminologo, mette in luce come la vittima stessa possa farsi artefice del reato provocando o istigando il reo. Il libro, che tratta anche di come supportare chi è allo stesso tempo vittima e reo, è dedicato a coloro che operano nel campo delle vittime e a chi vuole approfondire questo argomento. (Testo disponibile in consultazione – la fotocopiatura non è consentita)

Iain R. Brennan, When is violence not a crime? Factors associated with victims’ labelling of violence as a crime, in International Review of Victimology, n. 1 (gen. 2016), pp. 3-23
Molte persone non considerano la violenza contro di loro come un reato, ma non si conoscono i fattori che influenzano questa risposta. Comprendere come viene interpretata la “valenza criminale” della violenza permette di comprendere il senso che le vittime danno alla loro esperienza, come le comunità influenzano gli atteggiamenti verso la vittimizzazione e le denunce del crimine alla polizia. La ricerca qui descritta ha usato un campione trasversale aggregato di rispondenti alla Crime Survey for England and Wales (Indagine sui reati per l’Inghilterra e il Galles) per individuare i fattori associati alla decisione di etichettare o no un incidente violento come reato.

Kim Me Lens … [et al], Observers’ reactions to victim impact statements: a preliminary study into the affective and cognitive responses, in International Review of Victimology, n. 1 (gen. 2016), pp. 45-53
La recente ricerca nel campo della vittimologia sostiene che le percezioni e i giudizi delle persone riguardo alle vittime siano influenzati negativamente quando vengono deluse le loro aspettative rispetto al comportamento emotivo della vittima stessa. In altre parole, la delusione delle aspettative può portare a una vittimizzazione secondaria: le vittime possono essere giudicate meno credibili, soffrire di livelli più alti di svilimento e ricevere minore solidarietà come risultato della delusione delle aspettative. In questo studio sono state approfondite le conseguenze affettive ed esaminate le possibili conseguenze cognitive delle aspettative deluse attraverso il coinvolgimento di 64 studenti in qualità di osservatori.

Cassandra Cross, No laughing matter: blaming the victim of online fraud, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2015), pp. 188-204
C’è un forte senso di negatività associato all’essere vittima di una frode online. Nonostante una crescente consapevolezza, non è ancora evidente la concretezza delle esperienze vittimizzanti. Anzi, le vittime delle frodi online sono concepite come avide e credulone e c’è un senso schiacciante di biasimo nei confronti delle azioni che li hanno danneggiati. Basandosi su 85 interviste a persone anziane, destinatarie di email fraudolente nel Queensland, Australia, questo articolo mostra che l’argomento della colpevolizzazione delle vittime è straordinariamente potente. Identificare e sfidare il biasimo è un primo passo per facilitare la ripresa delle vittime di frode e aiutare il loro benessere futuro.

www.mondadoristoreGilda Scardaccione, Le vittime e la vittimologia. Teorie e applicazioni, Franco Angeli, Milano, 2015, pp. 231
La vittimologia, sin dalle sue origini, si è imposta come disciplina orientata alla rivoluzione delle vittime, sviluppandosi in diverse aree di interesse in una prospettiva interdisciplinare che coinvolge l’ambito penalistico, sociologico e psicologico. Il volume ripercorre questa evoluzione rilevando in modo particolare i fattori di vulnerabilità che facilitano i processi di vittimizzazione, con particolare riferimento alle vittime di età minore e alla violenza di genere, indicando anche le possibili cautele per evitare negli interventi giudiziari e istituzionali fenomeni di vittimizzazione secondaria.
Collocazione Biblioteca: 1744 

Roger Matthews, Female prostitution and victimization: a realist analysis, in International Review of Victimology, n. 1 (gen. 2015), vol. 21, pp. 85-100
Le donne coinvolte nella prostituzione sono fra i gruppi più vittimizzati della società. Tuttavia vi sono alcuni commentatori che presentano la prostituzione come un reato senza vittima. Benché soggette a molteplici forme di vittimizzazione, le prostitute spesso non sono considerate dalle autorità come “vere vittime”, persino quando sono oggetto di tratta a fini sessuali. La questione della vittimizzazione solleva il problema della coercizione e della misura in cui le donne esprimono il loro pieno consenso quando forniscono servizi sessuali a pagamento.

Corinne Funnel, Racist hate crime and the mortified self: an ethnographic study of the impact of victimization, in International Review of Victimology, n. 1 (gen. 2015), vol. 21, pp. 71-83
Questo articolo fornisce un esame criminologico particolare della situazione sociale delle vittime di reati dettati da odio razzista, concentrandosi in modo specifico sulle conseguenze della vittimizzazione. Sulla base di interviste e dati empirici, raccolti in due anni e mezzo, il progetto di ricerca ha indagato fra l’altro come le vittime e gli assistenti sociali definiscono i reati e gli episodi dettati da odio razzista e quali significati danno a quelle esperienze. La ricerca etnografica ha rivelato come le relazioni strette siano percepite come “rischiose” per le vittime e come, in risposta, queste ultime sviluppino una gamma di strategie di modificazione comportamentale.

Vittime di tortura

A cura di Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto, Francesca Vianello, Reato di tortura in Italia, in Studi sulla questione criminale, a. 13, n. 2 (2018), pp. 9-126
Il presente fascicolo, frutto di una Call for papers, è interamente dedicato alla questione della tortura, o meglio a come essa viene definita e punita legalmente. L’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura è avvenuto molto tardi, nel luglio del 2017, al termine di un tormentato dibattito interno ed esterno alle aule parlamentari e a continue modifiche del testo. I contributi sono i seguenti: “La questione tortura in Italia” di Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto, Francesca Vianello; “Diritto o violenza. L’impossibile legalizzazione della tortura” di Marina Lalatta Costerbosa; “La legge sulla tortura: il difficile iter parlamentare” di Lorenzo Guadagnucci, Enrica Bartesaghi; “La legge italiana: un profilo giuridico” di Stefania Amato, Michele Passione; “Chiamatela come volete: è sempre tortura. La legge italiana, tra cattivi maestri e principi delle Convenzioni” di Enrico Zucca; “Tortura psicologica e trauma psichico: la legge e la scienza” di Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto; “La tortura in carcere” di Riccardo De Vito; “Tortura oltre i confini” di Roberto Settembre; “Tortura. Due opere a confronto” di Simone Santorso.

9788807173103_quartaCarlo Bonini, Il corpo del reato, Feltrinelli, Milano, 2016, pp. 318
Per un periodo durato sette anni, attraverso la lettura di decine di migliaia di pagine di atti giudiziari, con colloqui con i familiari, tramite lo studio di perizie medico legali, l’autore ha seguito la vicenda giudiziaria di Stefano Cucchi, che è stata anche molto seguita dai mass-media. La vicenda viene qui ricostruita con gli strumenti della narrazione più incalzante, mettendo al centro il testimone primo ed ultimo della verità su quanto accaduto: il corpo del reato, cioè il cadavere di Stefano. Carlo Bonini è inviato speciale del quotidiano La Repubblica.
Collocazione Biblioteca: 17759

Marialuisa Menegatto, Adriano Zamperini, Curare le vittime di tortura, in Psicologia contemporanea, n. 253 (gen.-feb. 2016), pp. 58-65
Il contributo intende approfondire il tema delle vittime di tortura da un punto di vista terapeutico. I primi programmi di riabilitazione si svilupparono in America Latina negli anni ’70 a seguito delle violenze perpetrate da varie dittature. Da allora il numero di centri specializzati è cresciuto in tutto il mondo, mettendo a punto diverse metodologie terapeutiche: la terapia della testimonianza, la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma, la desensibilizzazione e rielaborazione attraverso movimenti oculari (EMDR), tutti metodi qui illustrati.

 Massimo Montebove, I fatti di Genova. La preparazione delle Forze dell’Ordine, in Psicologia contemporanea, n. 251 (set.-ott. 2015), pp. 46-51
In seguito alla recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha condannato l’Italia per i reati di tortura consumatisi al G8 di Genova, l’autore riapre la discussione sulla preparazione delle Forze di Polizia e la necessità di avere donne e uomini in divisa “pronti” anche dal punto di vista psicologico. Massimo Montebove è giornalista, pubblicista, cultore di psicologia e dirigente del Sindacato autonomo di polizia.

Aspetti psicologici e linee di intervento

A cura di Antonio Lo Iacono, Mobbing. Psicopatologia del lavoro, Alpes, Roma, 2018, pp. 283
Il libro affronta il tema del mobbing da un punto di vista fondamentalmente psicopatologico. Si parla di medicina del lavoro, di stress occupazionale, di disagio lavorativo, delle cause bio-psico-sociali, dei possibili interventi psicoterapeutici. Viene affrontato anche l’aspetto legislativo e vengono fornite esperienze effettuate da enti pubblici.
Collocazione Biblioteca: 18157

6095d79cover27297Andrea Davolo, Tiziana Mancini, L’intervento psicologico con i migranti. Una prospettiva sistemico-dialogica, Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 210
Oltre ad aspetti di natura politica, sociale e istituzionale, il fenomeno della migrazione presenta importanti dimensioni psicologiche. Non si tratta soltanto di gestire conseguenze psicologiche traumatiche derivanti dalle guerre da cui si fugge e dalle dolorose peripezie attraversate nel migrare. Molte difficoltà sono legate alle culture di provenienza e ai diversi modi di interpretare la realtà. Il testo, scritto da due psicoterapeuti, è un utile strumento operativo per affrontare, attraverso un approccio sistemico-dialogico, alcune delle sfide che l’intervento psicologico con i migranti pone ai nostri attuali sistemi di cura.
Collocazione Biblioteca: 17897

Anton van Wijk, Ilse van Leiden, Henk Ferwerda, Murder and the long-term impact on co-victims. A qualitative, longitudinal study, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2017) – on line, pp. 145-157
L’articolo presenta i risultati di una ricerca longitudinale volta a indagare i problemi che i parenti delle vittime di uccisioni e omicidi devono affrontare. I superstiti, in conseguenza dell’assassinio dei loro cari, affrontano problemi pratici, emotivi, psicologici e legali. Un totale di 28 superstiti è stato monitorato per oltre cinque anni (in media 63 mesi). I risultati mostrano che in generale i problemi diminuiscono nel corso del tempo, ma quelli emotivi e psicologici possono peggiorare durante i procedimenti penali e al momento della sentenza. Gli autori ritengono che per queste persone siano necessarie cure e sostegno a lungo termine.

Willem de Lint … [et al.], Crime victims’ self-medication. Findings from a study in South Australia, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2017) – on line, pp. 159-177
L’articolo esplora il ruolo dell’alcol e delle altre droghe (alcohol and other drugs = AOD) nelle esperienze delle vittime. In particolare indaga il consumo di AOD come automedicazione in relazione al tipo di vittimizzazione, al tipo di rete di supporto dei pari e al tipo di consumo, in un campione di 102 vittime. I risultati indicano che la vittimizzazione è associata positivamente a un aumento considerevole nel consumo di AOD. Gli autori dimostrano la necessità di un ulteriore lavoro empirico per approfondire la comprensione del consumo di AOD da parte delle vittime e accelerare lo sviluppo di politiche di sostegno basate su prove di efficacia.

Aida Hass, Christine Hannis, In their words: a qualitative analysis of the overlap in victimization and offending, in International Review of Victimology, n. 1 (gen. 2017) – on line, vol. 23, pp. 81–94
Nonostante si tenda a considerare separatamente i criminali e le loro vittime, la letteratura scientifica mostra come esista una sovrapposizione tra le due categorie: i criminali hanno maggiori probabilità di divenire vittime e le vittime hanno maggiori probabilità di essere a loro volta autori di reati. Questo studio analizza le esperienze personali di 34 detenute reclutate nel carcere di Greene County, Missouri, che si identificano anche come vittime del crimine. Emerge una sostanziale sovrapposizione di stile di vita e comportamento a rischio delle donne, che aumentano la probabilità di essere sia colpevoli sia vittime di reati. Gli autori ne discutono le implicazioni teoriche e politiche.

Cristina Galavotti, Vittime fragili e servizio sociale. 8891613660Teorie, percorsi e prassi operative per l’assistenza sociale, Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna (RN), 2016
L’assistente sociale dovrà confrontarsi sempre più con le vittime di violenza. Dopo un esame della legislazione internazionale e italiana, l’autrice si concentra sulla necessità di acquisire specifiche capacità nel condurre i colloqui con le vittime a seconda della loro tipologia. Questa è varia: l’abuso sessuale sui minori, il bullismo, la violenza di genere, quella domestica, lo stalking, gli anziani e i malati psichiatrici come vittime di truffe. Cristina Galavotti è assistente sociale ed è docente presso l’Università di Pisa.
Collocazione Biblioteca: 17842

Rob Mawby, Victim support in England and Wales: the end of an era?, In International Review of Victimology, n. 3 (2016) – on line, pp. 203–221
L’articolo riguarda l’organizzazione benefica inglese Victim Support che si occupa del sostegno alle vittime della criminalità e di avvenimenti traumatici. Nata negli anni ’70, l’organizzazione si è affermata come servizio nazionale in questo campo, ottenendo finanziamenti pubblici. Tuttavia, dal 2011 il governo ha avviato una politica di maggiore concorrenza per i contributi governativi e di appalto dei servizi a livello locale, con significative implicazioni per il futuro di Victim Support. L’autore dell’articolo si interroga sulla possibilità che questo segni la fine di un’epoca per questa organizzazione, ne analizza lo sviluppo nel tempo, valutandone la struttura organizzativa, il contatto con le vittime, la popolazione a cui si rivolge e la natura dei servizi offerti. Questo caso inglese può fornire lezioni per il futuro di simili servizi sviluppatisi più tardi in altri paesi.

Jo Bryce … [et al.], A qualitative examination of engagement with support services by victims of violent crime, in International Review of Victimology, n. 3 (2016) – on line, pp. 239-255
Precedenti ricerche suggeriscono che le vittime di reati violenti indirizzate ai servizi di sostegno hanno un livello generalmente basso di impegno con tali servizi, rischiando di sviluppare una sintomatologia da trauma ed effetti psicologici negativi associati. L’articolo presenta un lavoro di ricerca condotto attraverso 17 interviste semistrutturate a vittime di reati violenti, durante un periodo di sei mesi, in un corpo di polizia in Inghilterra e nel Galles. I partecipanti che si sono impegnati con i servizi di sostegno alle vittime hanno riferito di avere avuto significativi benefici, tuttavia il livello di impegno era generalmente basso. L’analisi ha identificato diversi fattori associati alla mancanza di impegno, coerenti con i risultati di ricerche precedenti. Gli autori discutono le implicazioni dello studio per lo sviluppo di strategie più efficaci ad aumentare l’impegno delle vittime, con modalità coerenti con le attuali politiche locali, nazionali ed europee.

lsFare luce sulla violenza. Quando la mediazione non è possibile, in Lavoro sociale, n. 3 (giu. 2015), pp. 5-9
L’articolo delinea un quadro della violenza sulle donne e sulle strategie degli aggressori, definito grazie alla voce delle vittime e al lavoro degli operatori. Per contrastare il fenomeno e garantire protezione servono cultura e formazione. La mediazione tra un uomo violento e una donna vittima è molto difficile, secondo alcuni ricercatori addirittura contraria ai diritti umani delle donne.

Pietro Ciliberti … [et. al.] I mutamenti organizzativi dei dipartimenti di salute mentale per la presa in carico dei pazienti autori di reato, in Rassegna Italiana di Criminologia, n. 2 (2015), pp. 127-133
L’applicazione delle nuove norme in tema di trattamento dei pazienti autori di reato apre problemi e criticità nell’organizzazione dei DSM, soprattutto in alcune aree di intervento: costruzione di rapporti continuativi di supporto e collaborazione con la Magistratura; organizzazione del Dipartimento che consenta di avere un punto di riferimento stabile con compito di regia di tutti i percorsi di cura e di supporto agli operatori a vario titolo coinvolti; attivazione di programmi psicoeducazionali per i famigliari/vittime ed orientati ai processi di recovery e di inclusione sociale; processi formativi continuativi che mettano in relazione la dimensione clinica con quella giuridica; percorsi di cura ai vari livelli con sistemi di monitoraggio che prevedano anche il coinvolgimento di tutta l’équipe; attivazione di sistemi di supervisione e audit clinico sui casi complessi.

A cura di Luca Luparia, Lo Statuto europeo delle vittime di reato. Modelli di tutela tra diritto dell’Unione e buone pratiche nazionali, Wolters Kluwer-Cedam, San Giuliano Milanese (MI), 2015, pp. 346
Il testo, frutto del progetto europeo “Good practices for protecting victims inside and outside the criminal process”, offre una serie di linee interpretative sulla figura della vittima del reato, alla luce delle esperienze interne (Francia, Italia e Spagna in particolare) e della Direttiva dell’Unione n. 29 del 2012. I contributi, a firma di professori e ricercatori europei, sono suddivisi nelle parti seguenti: Vittime di reato e giustizia penale: indicazioni sovranazionali e problemi di fondo; La posizione della vittima nei sistemi processuali europei; Le norme contenute nella direttiva 29/2012 e le risposte nazionali: un’analisi comparativa. La parte finale mira a declinare, sul piano delle risposte nazionali e del contesto riparativo, quattro specifici aspetti affrontati dalle fonti europee: la giustizia riparativa, la violenza di genere, le condizioni di vulnerabilità, il diritto all’indennizzo.
Collocazione Biblioteca: 17229

La giustizia riparativa

Jane Bolitho, Inside the restorative justice black box: the role of memory reconsolidation in transforming the emotional impact of violent crime on victims, in International Review of Victimology, n. 3 (set. 2017) – on line, pp. 233-255
Scopo dello studio è fare luce sui modi in cui la giustizia riparativa lavora sulle vittime per alleviare gli effetti emotivi del crimine subito, che colpiscono la capacità delle vittime di godere delle attività quotidiane come prima. Dall’analisi di 20 casi di incontri di dialogo e mediazione tra vittima e colpevole, l’autrice mostra come le pratiche di giustizia riparativa permettano la ‘ricostruzione della memoria’, un meccanismo neurobiologico potente e adattivo che riscrive i ricordi emotivi, consentendo alle vittime di correggere radicalmente i ricordi che le danneggiano e ottenere un immediato sollievo emotivo. Secondo l’autrice, si dovrebbe porre maggiore attenzione a modelli di giustizia concentrati sulla vittima; oggi, all’interno dei sistemi occidentali di giustizia penale, tali modelli sono routine solo per la giustizia minorile.

voglia-di-democrazia-434509A cura di Giacomo Balduzzi e Davide Servetti, Voglia di democrazia. Progetti di quartiere e deliberazione pubblica a Novara, Interlinea, Novara, 2017, pp. 209
Il tema della democrazia deliberativa viene affrontato sia nei suoi aspetti teorici, sia attraverso un’esperienza a Novara a livello cittadino e di quartiere in cui si sottolinea anche il concetto di giustizia riparativa. Nel progetto SpeDD qui presentato si osserva una maggiore partecipazione alla vita collettiva con un aumento delle iniziative progettuali ed una diminuzione dei sensi di frustrazione e insoddisfazione dei cittadini nei confronti della vita collettiva e delle istituzioni.
Collocazione Biblioteca: 17849

Francesco Ochetta, La giustizia capovolta. Storie di vittime e detenuti allo specchio della riparazione, Paoline, 2016, Milano, pp. 172
Il volume è un saggio sul tema della giustizia riparativa, attenta cioè non solo a punire, ma anche a tutelare la dimensione umana. Occorre promuovere un’idea di giustizia riparativa che includa la riabilitazione della dignità della vittima, attraverso percorsi di riconciliazione; una giustizia dunque “capovolta” che contrappone alla visione retributiva quella riparativa. Il volume consta di due parti: la prima descrive la salute delle carceri, il fondamento giuridico e biblico della giustizia riparativa e include alcune storie di riconciliazione; la seconda riporta alcuni dialoghi dell’autore con F. Cananzi, appartenente al Consiglio Superiore della Magistratura; D. Marcone, vicepresidente di Libera; G. Chiaretti, presidente dell’associazione di volontariato carcerario Sesta Opera San Fedele; don V. Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.
Collocazione Biblioteca: 17489

71TStK7ACPLA cura di Grazia Mannozzi, Giovanni Angelo Lodigiani, Giustizia ripartiva, Ricostruire legami, ricostruire persone, Il Mulino, Bologna, 2015, pp. 244
Non solo violazione di una norma, il reato è soprattutto una ferita inflitta a un singolo o a una comunità. Rispetto ai danni e alle lacerazioni subite, le vittime sempre più esprimono una domanda di riparazione. Considerato che la pena detentiva raramente rieduca, quasi mai ripara, occorre un approccio innovativo che restituisca centralità alla vittima: è quanto propone la giustizia riparativa. Il libro promuove l’idea di tutelare le vittime anche rinunciando alla pena, ma garantendo risposte concrete al loro bisogno di riparazione, ascolto, riconoscimento. Già sperimentata all’estero come metodo di gestione dei conflitti – nelle scuole, nelle università, nelle organizzazioni – la giustizia riparativa è quanto mai essenziale nelle società complesse a forte pluralismo culturale, chiamate a lavorare sul tessuto relazionale per garantire la loro stessa sopravvivenza. Grazia Mannozzi e Giovanni Angelo Lodigiani insegnano Giustizia riparativa e mediazione penale all’Università degli Studi dell’Insubria.

Patrizia Patrizi … [et al.], La giustizia che include. Un confronto transnazionale su giustizia e pratiche riparative, in Minorigiustizia, n. 1 (2016), pp. 7-192
Questo numero monografico della rivista raccoglie contributi nell’ambito delle pratiche riparative (restorative practices), un insieme di strategie di intervento delle scienze sociali ispirate al modello della giustizia riparativa, secondo cui la riparazione di un danno prodotto nei confronti di persone e relazioni è prioritario su qualsiasi altro intervento, ad esempio punitivo. Gli articoli raccolti, pubblicati in lingua originale con riassunto in inglese, riguardano diversi aspetti di questo tema, tra cui: esempi di applicazione della giustizia riparativa in Europa e in Messico, il sistema italiano, l’istituto della messa alla prova, l’ambito minorile. Le diverse esperienze e i diversi punti di vista presentati forniscono spunti di riflessione sugli strumenti della giustizia riparativa, sia nella forma della mediazione penale, sia negli sviluppi di pratiche riparative di comunità.

downloadFrancesco Ochetta, La giustizia capovolta. Storie di vittime e detenuti allo specchio della riparazione, Paoline, 2016, Milano, pp. 172§
Il volume è un saggio sul tema della giustizia riparativa, attenta cioè non solo a punire, ma anche a tutelare la dimensione umana. Occorre promuovere un’idea di giustizia riparativa che includa la riabilitazione della dignità della vittima, attraverso percorsi di riconciliazione; una giustizia dunque “capovolta” che contrappone alla visione retributiva quella riparativa. Il volume consta di due parti: la prima descrive la salute delle carceri, il fondamento giuridico e biblico della giustizia riparativa e include alcune storie di riconciliazione; la seconda riporta alcuni dialoghi dell’autore con F. Cananzi, appartenente al Consiglio Superiore della Magistratura; D. Marcone, vicepresidente di Libera; G. Chiaretti, presidente dell’associazione di volontariato carcerario Sesta Opera San Fedele; don V. Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.
Collocazione Biblioteca: 17489

Jonathan Doak, Enriching trial justice for crime victims in common law systems. Lessons from transitional environments, in International Review of Victimology, n. 2 (mag. 2015), pp. 139-160
Il ruolo delle vittime nel processo penale è stato oggetto di considerevoli critiche in anni recenti. Questo articolo sostiene che la cultura e la politica che regolano il trattamento delle vittime e dei testimoni nei processi penali ‘ordinari’ all’interno di società ‘stabili’ possono essere sostanzialmente arricchite traendo insegnamento dai ruoli e dalle pratiche riguardanti le vittime nelle società che sono uscite da un conflitto. Questo articolo attinge tanto alla teoria che alla prassi in merito al ruolo delle vittime all’interno della giustizia di transizione, e asserisce che la giustizia del processo nei sistemi di “common law” può essere arricchita centrando i procedimenti su tre temi chiave comunemente messi in evidenza nei contesti della giustizia di transizione, che sono: 1) il ripristino della verità; 2) la partecipazione della vittima; e 3) la riparazione.